Il cielo, sopra.

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Non l’avrei mai detto. Ma Berlino mi manca. Ci sono capitata dentro per un caso sincronico. Mentre la vita mi faceva a pezzi con il coltello nella sinistra e senza troppa precisione nell’infierire. Se oggi dovessi fuggire, correre, nascondermi, sarebbe a Berlino. Ho cercato brandelli di me sui muri dipinti e tra cubi di cemento. Letto la mia storia infinita nella sua. Pescato il riflesso di una luna che mi mancava nel fiume. E lasciato scorrere i ricordi tra le nuvole di quel cielo potente, sopra. Per ogni respiro, per ogni battito, un racconto, un capitolo, un libro tutto da scrivere. Oggi sono Berlino. Le sue miserie, la sua nobiltà. Quella perfezione distratta e snob, l’allegria e la leggerezza. Consapevolezze granitiche. Il mondo visto dall’alto di torri così vicine a Dio e sempre più lontane dagli uomini. Oggi sono Berlino, di orsi e birra e musica per strada. E di self service al bar. Che se vuoi una cosa fatta bene, qualche volta, devi pure imparare a fartela da solo.

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Dodici marzo.

Questo è un post difficile da scrivere. Però mi scorre tra le dita come un fiume in piena. L’acqua è una forza della natura, spazza via ogni argine e devasta il passato, il presente, le paure future. Funziona così quando hai tatuata dentro l’immagine di qualcuno che hai amato con tutta te stessa, e odiato. Con tutta te stessa. Non ci sono più i suoi occhi in cui perderti e ritrovarti, non ci sono più liti furibonde ed epiche riconciliazioni. Non c’è più. Lui. E ti dicono che adesso è un angelo. Che è in paradiso. Che è al cimitero. Che è nel cuore che ti batte. Che sarà nelle tue azioni di tutti i giorni. I buonismi da lutto mi hanno sempre creato scompensi. Come anche questa lotta senza fine tra il bene e il male che ci ha uniti a doppio filo (spinato) nei momenti più duri. Praticamente sempre. Un grande esempio. Un uomo integerrimo. Che sapeva amare e si faceva amare. Perché si circondava di persone in grado di amarlo, anche quando era il caso di mandarlo a quel paese. Leggeva tanto. Studiava tanto. Sottolineava i libri con la rabbia e la forza di chi voleva prenderla a morsi, la Conoscenza. Leggeva tanto e studiava tanto. Sottolineava anche gli esseri umani con la rabbia e la forza di chi voleva prenderli a morsi. Gli esseri umani. Si appuntava tutto, dappertutto. Con quella mano che poteva essere piombo e piuma. Che io non l’ho mica mai capito dove le avesse imparate le sue carezze gentili. O come riuscisse, con una mano così grande, a dare la vita al coniglio bianco di tovagliolo nei ristoranti. Non lo capivo. Non capivo la sua magia. Non capivo le note dal suo pianoforte che intonavano sogni sepolti e redivivi. Non capivo la caparbia e la stoltezza. Il pessimo senso dell’umorismo (che però fa ridere anche oggi). Non capivo più che altro come facessi ad amarlo, un uomo così. Che non capiva me. Che quando parlava diceva tutto (ma proprio tutto) e che quando capiva non diceva niente (ma proprio niente). Ci osservavamo complici e animali su un campo che era solo nostro. Vietato a chiunque altro. Giocavamo con l’unica regola il Fight Club casalingo di chi vorrebbe essere un perdente, ma ha troppa voglia di vincere. Nessuna regola. Passione e genio, ordine e improvvisazione, profilo basso ma in alto l’anima, sempre, comunque. E quella sera a guardarci i piedi, le orecchie, i nei, le pagliuzze dorate nelle pupille. La proporzione tra le dita. L’Epifania improvvisa, ascoltando un mio programma, “allora sei brava”. Sì. Lo ero. In parte. Come in parte no. Ero brava ad amarlo, a modo mio. Come lui ad amare me, a modo suo. E ancora adesso sento il vuoto lasciato dall’assenza. Io sono ancora brava, forse. Ma non lo sono abbastanza. Io sono metà, da quel giorno. Una metà libera e ribelle. Incazzata e infinitamente dolce. La metà che aspetta quella mano grande, una carezza, l’umanità profonda, le scazzotate intellettuali, gli scontri generazionali, la mela tagliata nel piatto “perché tu fumi, ti fa bene la mela”. Una scoiattolina stronza senza il suo albero. La principessa triste senza corona. La teca umana che se ne porta ancora più di un pezzo, addosso, di questo grande amore. Che è finito così. Senza neppure chiedersi scusa. Spiegarsi. Decifrarsi. E senza quei nipoti a giocare sulla giostrina che lui voleva tanto comprare. E senza conigli di stoffa da fare più correre su un braccio, con quella mano grande. Immensa. Meravigliosa.

Buon Compleanno, Papà.

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Snob. Ovvero alla ricerca del Santo Graal.

Ho rivisto un amico nel week end. Siamo stati insieme poco
Il giusto. Il necessario. Perché mi dicesse ridendo al telefono, due giorni dopo

sei diventata una snob intellettuale. Da quando frequenti certa gente…

Io “certa gente” non la frequento da una vita. E poi sono così. Lo sono sempre stata, un po’ snob. Mi inquieta piuttosto sentire – da un uomo che mi ha amato moltissimo – che sarei cambiata. Per amore. Di un nuovo amore.

Vero.

Esistono.

I personaggi ambigui che ti plasmano a loro immagine. Che se segui i loro binari, le loro frequenze, puoi sentire la voce di Dio. Che una scimmia ammaestrata batterà i piatti meglio di un bradipo selvaggio. E forse, dico forse, può anche capitare. Quando e se, e come, e se c’hai il culo di incontrarlo, un uomo così.

Un Maestro.

E può capitare che – per un Maestro – si decida di cambiare. Di evolversi.

Io no. Non ho amato i miei maestri. Credo nella massima universale che il Maestro è dieci spanne oltre la stratosfera, mentre chi amo deve strapparsi le ali posticce e camminare con me sulla sabbia, se non riesco a volare.

Amo l’uomo e la sua natura mortale. Amo chi cerca di crescere senza bruciarsi troppo vicino al sole.

Amo la sinergia, lo scambio di competenze, la fusione dei mondi e uno spazio di conoscenza che diviene praticamente infinito se ci si contamina volontariamente.

Non sono snob perché certe cerchie speciali me l’hanno imposto. Non ci sono logge. Non esistono partiti. E nemmeno la bocciofila del paesello. Sono snob perché so esattamente cosa cercare, e dove trovarlo. Probabilmente.

Mi sento mainstream e blockbuster come Indiana Jones. Che tutto mi sembra fuorché uno snob. Cerco semplicemente un Santo Graal.

E lo faccio a modo mio.

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Occhi. Vissuto.

Passi una vita convinta di quello che ti insegnano a scuola: se sei bravo con le mani deficiterai nel cervello, se hai troppo cervello la tua creatività resterà ingabbiata nella scatola cranica.

Raccontalo a questo artigiano.

Un artigiano che non si fa chiamare artista. Pure se, come Mastro Geppetto e lo sfigatello di Blade Runner, “crea amici”. E mondi. E universi. E li mette sotto vetro perché l’anima si mantenga giovane in formalina.

Il problema è antichissimo ovviamente, e dibattuto fino alla nausea. Ma è necessariamente sempre nuovo per chi ci si imbatte. E siccome il rischio è quello di cadere nella malinconia, bisogna trovare una via d’uscita in tempi brevi. Se il mio portinaio ci ha messo tre settimane a sposarsi, perché non posso sfidanzarmi in un periodo almeno altrettanto breve? Allora vediamo, intanto perché, quanto e dove fa male ?
Fa male perché è una competizione persa in partenza. Il più delle volte non c’è stata nessuna gara. O se c’è stata veniamo a saperlo solo quando l’abbiamo persa. E così veniamo a sapere che c’è un altro bipede, simile a noi in tutto e per tutto, ma che possiede qualcosa di meglio rispetto a noi agli occhi della nostra ex. E ovviamente è qualcosa che molto difficilmente possiamo recuperare, proprio perché è esattamente quello che noi non siamo che le ha affascinate. L’altro è debole e gentile se noi siamo forti e bruschi. Ma è rude e maschio se noi siamo gentili e premurosi. Non se ne esce. Il nostro rivale è incommensurabile con noi. Per questo non ci si può fare assolutamente nulla a parte cercare un pensiero illuminante, almeno durante il giorno. Si, perché è la notte il vero guaio. Di giorno si possono fare dei bellissimi propositi e costruire un’intera cattedrale di pensieri positivi. Ma prima o poi bisogna consegnarsi al letto, e con i sogni non si scherza. Fanno e dicono esattamente quello che vogliono e non gliene frega niente del lavoro fatto di giorno, buttano tutto per aria. Quando ho saputo che la mia ex aveva un nuovo fidanzato ho fatto un sogno tremendo. Nel sogno la mia ex sedeva dietro un bancone tipo quello delle poste. Un’interminabile coda di maschi adoranti aspettava il proprio turno con un numerino in mano. Io avevo un numero altissimo e quando finalmente arrivava il mio turno scoprivo di non avere in mano un biglietto per la fila della mia ex ma uno per la fila per le raccomandate. Mi sono svegliato con un’ansia tremenda. E’ diminuita solo quando sono riuscito a mettere insieme questo breve ma inattaccabile pensiero: il fidanzato attuale della mia ex è l’unica persona al mondo che corre il rischio di non esserlo più. Questo pensiero ha avuto l’effetto del Lasonil sulla cute infiammata del mio orgoglio.

Piango ancora di empatia come Jodie Foster da bambina davanti agli agnelli urlatori de Il Silenzio degli Innocenti, scorrendo le sue parole odierne incise su un social network. C’è uno strano incrocio di vite che si affastella su quei pensieri. Delle immagini pulsanti e vivide che si proiettano in dissolvenza sul muro di questi giorni.

C’è la sua fucina di Vulcano. E gli occhi che scrutano dalle vetrine. C’è un sorriso sotto i baffi e la consapevolezza ad alta voce che

ah, le pugliesi. Una croce preziosa a cui immolarsi. La razza eletta che sanguina idromele.

Dopo una lunga riflessione avevo scelto la mia gioia.

Il “Lui” del momento si domandava se non ne desiderassi una più grande mentre, soddisfatto, rimirava l’opera al mio dito. Unica. Irripetibile. Finalmente. Solo per me. Giusta per nascondere i segni ingombranti di un passato tatuato sull’anulare. Giusta per godere la luce di una meraviglia sulla Meraviglia. Per la Meraviglia. Giusta per sorprendere e sorprendersi di aver fatto la cosa giusta. Per una volta almeno. Giusta per me. E bizzarra. Come me.

Gli uomini si chiedono sempre quale sia la proporzione della felicità femminile. Quale il suo rapporto qualità prezzo. Quale il suo diametro da ostentare.

La mia felicità era fatta di piccole cose. Tipo quattro stelle nel complice abbraccio di sguardi durante un concerto di Umberto Tozzi. Il profumo intenso del caffè solubile a letto. Tenersi la mano in aeroporto come i bambini all’uscita da scuola. Camminare sulle nuvole, senza sentire il vuoto della solitudine.

C’è ancora quell’artigiano, dal giorno in cui – per la prima volta – un uomo infilò un anello sulla mia mano sinistra. E c’è quell’artigiano e i suoi millemila mondi infiniti, nella resina del tempo vissuto amando davvero.

Il profumo della sua fucina. La semplicità della sua arte pragmatica, la purezza profonda di chi sa farmi pensare a quel “Lui” del momento, che Lui non è più.

Credo che mi riuscirà molto bene non fare nulla. E farlo da solo, tanto più che la metà delle persone che conosco mi dà fastidio e all’altra metà ho dato fastidio io e non mi vuole più vedere. [...]
Sono sempre stato molto fiero della mia capacità di trascorrere il mio tempo in modo improduttivo e in assoluta solitudine. Trovo la cosa un grande risparmio di energia. Da solo si possono non fare moltissime cose.

Ci sono ancora un uomo e una donna, da qualche parte, nel copione da non scrivere. E moltissime cose da non fare. Che troveranno altri uomini e altre donne. E nuovi artigiani. E nuovi concerti e una musica buffa da non impostare come suoneria sul cellulare. E nuovi animali dai nomi improponibili da non trattare come figli.

Adesso verso altre due lacrime. Dicono sia catartico.

Raccontalo a questo artigiano.

Che passi una vita convinta di quello che ti insegnano a scuola: se sei bravo con le mani deficiterai nel cervello, se hai troppo cervello la tua creatività resterà ingabbiata nella scatola cranica.

Quando tutto serve. Tutto si crea. Tutto si distrugge. Tutto permane.

In qualche modo.

[Il mio artigiano fa cose belle.
Qui. www.stefanoprina.com]

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I feel it in my fingers

Caro Babbo Natale,
non ti chiedo niente perché ho tutto quello di cui ho bisogno. E pure un pizzico di superfluo, che devolverei volentieri in beneficenza. Scegli tu la causa migliore.

Sarebbe bello, però, se lo Spirito del Natale tornasse dalle vacanze. Presente, passato e futuro. Se profumasse di pan di zenzero e cantasse con la voce dei bambini americani nella neve a Vigilia.

Vorrei avesse negli occhi le luci led degli alberelli e il verde muschio del presepe nelle speranze.

Vorrei che riscaldasse il gelo dei giorni di lacrime e confortasse la tavola degli affamati di affetto.

Un Buon Natale è fatto di piccole cose. Di una magia senza cilindri, di un focolare senza cuccioli, di una famiglia senza padri.

Il mio Buon Natale non si vestirà di rosso, non sarà trainato da simpatiche renne, non avrà una morbida barba bianca da abbracciare.

Sarà con le persone che amo, lontane e vicine, lontane e lontane, vicine e vicine.

Per farla breve, Babbo, staccamene un pezzo per volta, di questo Natale, e portane a chi non l’ha mai provato.

Se anticipi i soldi per dei fiocchi bellissimi, ti sarò grata.

BaciBaci, e buon lavoro.

Emme

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Il profumo della tempesta

Oggi è così. Che sono sul mare, sola, e nell’autoradio gira Nik Kershaw.

near a tree by a river 
there’s a hole in the ground 
where an old man of aran 
goes around and around 
and his mind is a beacon 
in the veil of the night 
for a strange kind of fashion 
there’s a wrong and a right 
but he’ll never, never fight over you 

Ho letto di amiche che si sentono belle ed egoiste. Di uomini-bestia. Di vite che riescono a guardare dritto nel sole, senza farsi male. Qualcuno, da qualche parte, ha sconfitto la Triste Mietitrice.

Oggi, io sono in un labirinto. Un labirinto vista mare. Dallo specchietto retrovisore, la scritta del chiosco notturno ATIAB AL.

Alla mia sinistra, il circolo estivo dove – da bambina – venivo sfoggiata con orgoglio da mia nonna Leda. Ero la bambina più bella del mondo. Una Meraviglia.

I gabbiani planano, e si fanno meno domande di me. Due pescatori sfidano la Sorte sugli scogli, mentre le scie chimiche solcano il cielo alimentando teorie cospirazioniste.

Tra poco tornerò a produrre. A combattere. Ad arrancare. Con una nauseabonda melma appiccicata addosso. La melassa indorata e filamentosa mi scorre sulla pelle, sul cuore. Cola tra le terminazioni nervose e azzera ogni sentimento.

Calma piatta, all’orizzonte.

Sembro una quindicenne sfigata, mi importa poco. Forse è così. Sono bella, ma non ballo. Hanno messo Baby in un angolo.

E questa è l’unica verità. Una verità che anticipa profumo di tempesta.

Il mondo. Scorre. La musica scorre. Peter Gabriel scorre.

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Per aspera ad Astra. OnStar.

Il vostro futuro non è ancora stato scritto, quello di nessuno. Il vostro futuro è come ve lo creerete, perciò createvelo buono.

Doc E. Brown

 

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Doc, in Ritorno al Futuro, la sapeva lunga. Un po’ come i progettisti di Opel che ho incontrato la settimana scorsa a Milano, in occasione della presentazione di Opel Monza, una concept car da sogno e della nuovissima Astra con il sistema Opel OnStar. Due signore di tutto rispetto accarezzate con la fantasia da molti, quella sera. Basti dire che non ho rimorchiato. Occhi solo per loro.

Dato che gli amici sono curiosi e i nemici invidiosi, ci tengo a dire Opel non ha retribuito nessuna delle mie opinioni sulle autovetture e che, quindi, non ho recepito denaro per trovarle letteralmente fantastiche. Pure fosse, chi mi conosce sa che le mie idee non sono in vendita e che, da che mondo è mondo, la mia personalità non ha un prezzo.

Esattamente come la concept car OpelMonza. Che è unica.

Non ha una quotazione su quattroruote e, forse, resterà un masterpiece esattamente come la sottoscritta. Tipo “fatta e buttato via lo stampo”. Quindi, signori miei, facciamocene una ragione. Questo è quello che accade alle concept car, come mi spiegava Holger Weyer, Chief Designer GM Europe Advanced Design. Il concetto è, per l’appunto, solo un’idea. E -come diceva Gaber- un’idea finché resta un’idea è soltanto un’idea. Infatti le concept car sono quelle donne esplosive pensate per masticare asfalto come bubblegum provando, testando, immaginando e -sempre- sognando. L’auto del futuro. Non sono destinate alla commercializzazione e le aziende ci investono forza e testa, affinché sia possibile proiettare un simulacro di cosa sarà, domani. La filosofia è la stessa del dott. Brown nel film di Zemeckis. Opel dice così, se dobbiamo pensare a una macchina del futuro, perché non farlo con una bella macchina!

Inutile nascondersi. Nonostante la splendida Astra che occhieggiava dal lato opposto della sala, inizialmente siamo stati tutti mesmerizzati da OpelMonza. La gente vuole sognare, spiegavo ad Holger e a David Voss, Manager International Customer Experience . Gli Italiani poi, vogliono sognare più di qualunque altro popolo al mondo. Il cruscotto LED avvolgente, questo sapore rebel e testosteronico da autovettura di Batman, gli sportelli ad apertura alare (awwwww) il riconoscimento fingerprint al touch per aprirla sfiorandola dolcemente. Tanta roba. Tantissima.

Però, io, con la macchina devo viaggiarci. Oggi. Non nel futuro. Con un pizzico di preconcetto ho approcciato la Nuova Astra. Non prima però di guardare al passato. Sono una bambina d’altri tempi e quella timida terza macchina- la Monza d’epoca (zia vintage da cui prende il nome questa concept)- mi faceva tanto amore e tenerezza. Fossi un’eroina dei fumetti, sicuramente, guiderei quella. Perché il viaggio sulla concept con Holger è stato iperemozionante. David è stato uno splendido copilota sull’Astra, il giusto copilota che sa aprirti gli occhi sul vero futuro, che era già tra le mie mani.

Ma le radici (come insegna la Grande Bellezza), le radici sono importanti.

Con il volante della Nuova Astra impugnato, scoprivo quel bianco destriero che avrebbe rivoluzionato la guida di moltissimi. Dalla casalinga sempre in pena per i figli, alla donna manager bisognosa di contatto nel business, alla multitasking come me che non chiede niente a una macchina, poi però si rende conto di aver bisogno di tutto. Il tempo non basta mai, ottimizzazione è una parola chiave dei nostri giorni. E Opel punta sulla connettività come parola chiave. “La connettività è uno dei punti di forza di Opel, come dimostra il nostro pluripremiato sistema di infotainment IntelliLink. Opel OnStar, che ci ha permesso di vincere un Connected Car Award, è l’ulteriore prova della nostra volontà di offrire sistemi di connettività all’avanguardia a un pubblico più ampio,” ha dichiarato Karl-Thomas Neumann, CEO di Opel Group. Quindi hotspot Wi-Fi 4G LTE integrato (Opel dice BASTA ai megabyte che ci abbandonano mentre siamo su strada, evviva!), l’ampio display che fa la sua figura (le cose piccole anche no da guardare, specialmente su strada.) e comandi al volante. Sì. Okay. Direte voi. Ma la rivoluzione? OnStar fa tutto quello che io non farei. Perché sono una sciagurata. E lo fa per me. Tipo rendersi conto da sola del tracciato stradale, riconoscere i segnali (mai più sensi unici imboccati per sbaglio), interagire con il vostro smartphone e -con il pulsantino magico OnStar- darvi un assistente personale. In carne ed ossa. Siamo mica in Her. Samantha non vi abbandonerà per i suoi seicento e passa altri amori. H24 c’è sempre qualcuno ad aiutarvi. Diagnostica da remoto per lo stato di salute della vostra auto, consigli sul migliore ristorante in zona, localizzazione della vostra posizione (anche se ve la rubano. Taaac. Ritrovate la vettura. Ladri, ciaone. Ora potrò venirvi a menare col crick. Questo OnStar non lo fa ancora. E credo non lo farà mai. Peccato.) e pure il fioraio di turno se vi siete dimenticati dell’anniversario di matrimonio, così vostra moglie non vi mangia vivi. Per non parlare delle operazioni da remoto. Ti senti libero di lasciare la macchina aperta. Tanto, se te ne ricordi quando sei già in ascensore, basta l’app per farci qualsiasi cosa. Dal ritrovarla nel parcheggio dell’Ikea a  chiuderci dentro il fidanzato che vuole mollarvi. Dettagli da non sottovalutare. I nostaglici di Supercar sapranno di cosa sto parlando. Michael Knight, il tuo orologino per comunicare con KITT è superato. Sorry.

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Quando arriva una chiamata a OnStar, la lingua preferita da chi guida viene identificata attraverso le impostazioni del sistema di infotainment della vettura, in modo che l’operatore che riceve la chiamata sia in grado di esprimersi alla perfezione nella lingua scelta. La preferenza linguistica segue l’auto anche quando viaggia in altri paesi europei. In caso di incidente, OnStar è in grado di riconoscere dove è stata danneggiata la vettura, anche se i passeggeri hanno perso conoscenza. Il sistema contatta immediatamente la polizia e un’ambulanza. OnStar ha accordi in tutta Europa con servizi di emergenza di ogni tipo, per cui le chiamate sono gestite in modo rapido ed efficiente, senza chiedere tante spiegazioni.

Stefano Virgilio (dal cognome evocativo), dell’Ufficio Stampa, mi ha accompagnata nel contatto con questi angeli a terra dalla nostra Astra. Gentili, disponibili, veloci, professionali e pure con un grande sense of humour. Che non guasta. La morale di questa storia è che la Nuova Astra non è solo fashion e stilosa (e noGender. E’ tanto una macchina da uomo quanto da donna.), non è solo sicura, non ha solo delle prestazioni su strada esclusive, ma insieme a OnStar è una macchina che ti fa compagnia. Che ti aiuta nel momento del bisogno. Che valorizza il tuo tempo (sono infinite le operazioni che la costante connettività può concedere. Non immaginate neanche quante.). Che, insomma, ti vuole bene e si preoccupa per te. Fosse meno ingombrante, nel mio lettone la ospiterei volentieri. Sono certa mi farebbe trovare pronta la colazione.

OnStar è carattere, lo stile, e prontezza di spirito per l’autovettura del futuro che è già oggi. Su una gamma infinita di veicoli, da ADAM  a Insigna. Per aspera ad Astra, nel caso del mio incontro, in questo futuro che sembrava coccolarmi sussurrando “no panic!”. Qualsiasi cosa accada. Io sono qui. E tu sei al sicuro.

Ed è un futuro che -a quanto pare- ci vuole bene, e ce ne vorrà ancora. Molto.

Targato Opel.

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Cosa vogliono le donne

Dopo numerose peripezie e una certa dose di improvvisazione, ho fermato il mondo e urlato “voglio scendere”. Fu in quel momento che focalizzai IL FATTO.

IL FATTO è che le donne hanno troppa fantasia e fiducia nel loro dominus maschio. Bello è bellissimo, intelligente è intelligentisimo, sexy è sexyssimo, colto è coltissimo. Ma non può essere tutto. Non tutto insieme. Non in multitasking insomma.

C’è che quello che vogliono le donne è che gli uomini sappiano cosa vogliono le donne. E se per una volta malauguratamente ci prendono, a saperlo, per puro caso statistico, devono saper ripetere il numero da circo. E senza margine di fallimento.

C’è che se ridiamo, loro devono ridere. Se siamo tristi devono empatizzare (ma anche farci ridere). Se ci aspettiamo una sorpresa devono farcela. Se cerchiamo la favola devono trasformarsi da rospi a principi azzurri.

Non deve essere una vita facile. Specialmente tenendo conto che l’uomo è un meraviglioso animale domestico. Vive di poche abitudini che sono sempre quelle, dei suoi orari, dei giri, dello stesso cibo in scatola e dei richiami basilari nella fisiologia di un mammifero da documentario.

Quello che le donne vogliono è fondamentalmente un gattino. Che mostri le unghie e i denti per difenderle come un territorio, che si accoccoli per scaldarle di inverno e faccia le fusa al solo rumore della scatola con i croccantini.

Quello che le donne vogliono non rientra nella natura del maschio medio. Che sarà pure felino, ma selvaggio quanto basta per sfuggire alla condanna di una lettiera e al collare dal sonaglio tintinnante.

Ma è pura accademia, e la realtà si rifugia oltre la cortina dell’etologia animale.

Perché quello che una donna vuole, davvero, è sapere cosa un uomo vuole, davvero.

Non c’è rompicapo più complicato e machiavellico di un gioco talmente semplice. Reso impossibile dal terrore della noia dietro l’angolo.

IL FATTO è che i pensieri sono fluidi, perché l’adattamento all’ambiente è dettato da anni di studio e di ricerca ed evoluzione. E che la cattività dei rapporti nell’epoca delle agende e degli orologi e dell’ipercomunicazione, ci porterà sempre – di base – a non capirci un cazzo.

Troppe informazioni, nessuna informazione. Diceva mio padre.

Per quanto ne vogliano le donne. Per quanto gli uomini cerchino di dargliene vinte.

Dopo numerose peripezie e una certa dose di improvvisazione, risalgo sul mondo.

Nuovo giro, nuova corsa.

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Numero 1

Questa è la storia di Numero 1.

Lo so. Dare i numeri non è una cosa garbata. Numero 1 però è un bel nome. Suona anche bene se lanciato nel modo giusto. Immagino una voce gentile di madre che gli allunga le vocali Nuuumeeeroooouuunooo dalla cucina, avvisandolo che la colazione è pronta. Alla storia di Numero 1 ho pensato perché è così che chiamavo il mio ex in odore di servizi segreti quando parlavo di lui con i miei altri corteggiatori.Numero 1 è Numero 1 un po’ per tutti. Fin qui, niente di originale.

La storia comincia quando Numero 1 incontra Numero 2. Numero 2 non è geniale o sexy. Un tipo normale. Un po’ esuberante. Numero 2 non aveva mai conosciuto un Numero 1. Tutte mezze pippe, nella sua vita, o quasi. E quando pure che no, gli aspiranti Numero 1 si scoprivano assolutamente inadeguati. Numero 1 è una carica importante, se ci fossero solo numeri uno sarebbe abbastanza problematico. Dalla conta del denaro ai posti per pranzo, dalle prenotazioni di materiale per le industrie alla nomenclatura delle stelle. Di solito, quando un Numero 1 incontra un Numero 2, il Numero 1 si passa un sacco di arie. Perché viene prima, perché è altisonante e perché nessuna filastrocca è possibile, se inizi da un numero altro. Ma Numero 1, quando vide per la prima volta Numero 2, trovò che fosse il numero più bello che avesse mai visto. Anche Numero 2 si abituò ai momenti da primadonna di Numero 1. In fondo era un tipo semplice, romantico, divertente. Molto diverso da come ci si aspetterebbe un Numero 1. E iniziarono così a guardare il mondo insieme, come se tutto dipendesse esclusivamente dalle parole che inventavano ogni giorno. Quintali di parole, trilioni di parole. Tutte straordinariamente potenti e folli. Si sentivano divinità della creazione universale, erano padroni del cosmo e delle galassie. E quell’estasi di gioia sembrava non dover finire mai. Un giorno, però, Numero 2 scoprì che Numero 2 non era il suo vero nome. Errore umano o burocratico, non importa. Faceva zero all’anagrafe. Numero 1 provò a convincerla del contrario, ma lui degli zeri non aveva mai capito niente. Non sapeva come rapportarsi a uno zero in piena crisi emotiva. Non esistevano, gli zeri. Erano leggende metropolitane. Non ne aveva mai visto uno in vita sua. Numero 2, si sentì inadeguato. Anche Numero 1 si sentì completamente impotente. Numero 2, che da adesso chiameremo zero, era diventato invisibile. E tutto l’amore del mondo non gli avrebbe restituito la presenza di Numero 1. Rimasero in stallo. La gente fuori continuava a fare operazioni, a sottrarre, moltiplicare, dividere, addizionare. Nessuno poteva immaginare cosa stesse accadendo. Ogni tanto si sfioravano di nascosto quando la divina casualità matematica li metteva in riga. A separarli un punto, una virgola, altri numeri, ma niente più parole da creare e universi da alimentare tenendosi per mano. Numero 1 si sentiva triste come uno zero. Era arrivato un nuovo Numero 2, uno vero. E adesso stavano insieme. O meglio. Si frequentavano. (Ma no, zero era una cosa tanto diversa. Zero era fuori dagli schemi, era bizzarro, divertente, incancellabile. Non un Numero 2 qualsiasi…)

Oggi a zero è arrivato un messaggio.

Sei quasi odiosa per come sei bella. Immagino tu stia ancora con Numero 1, tentare di conquistarti sarebbe inutile. Numero 1 è perfetto.

Si, abbastanza. Numero 1 è perfetto. Ma continua a far di conto con chi gli pare. Zero lo aspetta, ci pensa, ogni tanto versa una piccola lacrima. E non fa di conto con nessuno. Gli zeri non calcolano. Uno zero non si affatica a fare ragionamenti inutili, con i numeri a casaccio.

A volte si ritrova solo, zero, e snocciola le tabelline saltando i dispari a piedi sincroni. Cercando di dimenticarsi di Numero 1.

Questa è la storia di Numero 1. Ma anche di zero. Che sogna ancora di rinascere Numero 2.

E finisce così. Pure se sembrava una bella storia. Pure se lo è. Succede.

Matematicamente. Succede.

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FAQ

Ho sempre creduto ci fosse un tempo giusto per tutto. Questo di recente mi ha portata a scrivere proprio l’omonimo post su GallizioLAB, dove latitavo da mesi. Prima o poi ve lo linko qui, ma non oggi. Oggi è domenica. La domenica mi rende pigra. Il mio tempo giusto è quello della reclusione. Vivo in una torre d’avorio fatta di parole e suoni. Ascolto tanta musica, ed esco talmente poco da aver quasi dimenticato la faccia della gente. Credo di non aver mai sperimentato la clausura volontaria con tanto entusiasmo. Fagocito libri, studio molto, cerco di plasmare la nuova misura e forma della Marileda che piace a me. Però ho ricevuto qualche appunto, a ragione.

E in tal senso, ho deciso dunque di rispondere a un po’ di domande frequenti. Che ripropongo con piacere qui, ad uso e consumo di chi volesse approfondire la mia conoscenza.

Perché non accetti gli appuntamenti galanti?

Sic et simpliciter. Sono stanca. E molto innamorata. Sì, ancora. Sì, di quello. Non capisco il perché del doversi sbattere a conquistare qualcuno perdendo testa e momenti quando ho già deciso che c’è un Mister Big nella mia vita.

Sembri sempre una zitella acida.

Io SONO una zitella acida. E non devo forzatamente sembrare sempre un unicorno che vomita arcobaleni per starvi a genio.

La svolta intellettuale che hai preso sui social ti sta rendendo impopolare.

Questione pertinente. Vero. Ero più “popolare” quando facevo la nerd sboccata e pisellabile. Sono ancora una nerd sboccata e pisellabile, ma forse sono sempre stata anche una che si fa endovena di filosofia, simbolismo, fantascienza, e dottrine esoteriche. Forse ne ho piena la saccoccia di interpretare una Marilyn Monroe pop e kitch. Forse Marileda mi piace. E, udite, è stanca di fare quello che non le piace fare. Mi è venuto Darwin in sogno, e ho visto la Luce.

Sei italiana. Scrivi in un buon italiano, perché hai attaccato coi pipponi in inglese?

Giusto. I pipponi in inglese. Apriamo la parentesi. Quello che faccio io, in Italia, lo capiscono in pochi. Se veicolo un messaggio, devo farlo affinché giunga al massimo numero di persone realmente interessate, e non per parlarmi inutilmente addosso. Motivo per cui mi sono rimessa di cervello sui libri. The cat is on the table. The brain is on the book.

Ti sarai mica montata la testa?

Direi che, sì, c’è questa possibilità. Grazie per la domanda.

Perché hai tagliato i capelli e cambiato colore?

Provateci voi a non sopportarvi e a dovervi specchiare ogni giorno. Così, per sbaglio, se pure mi riflettessi in un vetro, stenterei a riconoscermi. È un bel vantaggio esistenziale. Non avete idea.

Sei così odiosa come vuoi farci credere?

Veramente so essere anche peggio. Non sfidatemi.

In conclusione.

Pensate a me come a Yoko Ono. Una Yoko Ono povera e senza John Lennon. Ed io sarò felice.

Una di cui tutti conoscono il nome, senza sapere bene cosa faccia. Chi mi ama, mi segua.

Per tutti gli altri, credo l’universo sia abbastanza grande per perderci felicemente di vista. Senza troppi psicodrammi.

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